Privilegio o Diritto? Il caso Ilaria Salis

Editoriale del presidente Emilia Urso Anfuso

Immaginate un cittadino comune. Un cittadino normale che occupa abusivamente un appartamento popolare e che magari accumuli un debito con lo Stato da ben 90.000 euro per canoni mai versati e poi, invece di finire sotto sfratto o a processo, si ritrova catapultato su uno scranno a Bruxelles con uno stipendio da migliaia di euro al mese pagato dai contribuenti.

Sembra la trama di una provocazione al limite del paradosso, eppure è la sintesi perfetta del caso Ilaria Salis.

Sul suo conto è stato detto e scritto di tutto. Abbiamo imparato a conoscerla quando le televisioni e i quotidiani ce la mostravano nelle patrie galere ungheresi, scortata in aula di tribunale con le catene ai piedi in attesa di giudizio. Immagini d’impatto, certo, ma c’è un dettaglio che in molti fingono di dimenticare: anche in Italia, così come in diversi contesti internazionali – e non solo nella “cattiva Ungheria” descritta dalla narrazione dominante – determinati imputati vengono condotti in udienza con le manette e le contenzioni previste dalla sicurezza.

Ma il vero nodo della questione non è solo procedurale: è politico e morale.

Quando l’illegalità diventa una “medaglia al valore”

La difesa e la parte politica che hanno portato all’elezione in Europarlamento di Ilaria Salis, hanno definito l’occupazione abusiva delle case come una forma di “azione politica”.

Proviamo a spiegarlo a chi si trova in graduatoria per un alloggio sociale da dieci anni o più. Proviamo a dirlo a chi si spacca la schiena per pagare la rata del mutuo ogni mese. O ancora, agli anziani del nostro Paese che vivono nel terrore di uscire di casa – per una visita in ospedale, per un periodo di degenza o per andare a trovare i figli – e di ritornare trovando la serratura spaccata, il portone sostituito e l’abitazione occupata.

Se l’illegalità viene trasformata in una medaglia al valore politico, che messaggio stiamo inviando all’Italia onesta?

Da anni denuncio questa situazione. Quando chiedo provocatoriamente cosa intendano proporre questi personaggi in alternativa al loro programma di «cancellazione di polizia e carceri», il silenzio è assordante. Nessuna risposta, nessuna proposta per il miglioramento effettivo della nazione. Eppure oggi la signora Salis siede all’Europarlamento, al riparo dietro lo scudo dell’immunità.

La giustizia a modalità alterne: se sei un cittadino comune soccombi

Mentre un piccolo imprenditore italiano viene letteralmente perseguitato per una singola cartella esattoriale – e sapete bene quanto ho lavorato sul campo con le mie inchieste sugli abusi della riscossione fin dai tempi di Equitalia – per chi assurge a simbolo della sinistra radicale si spalancano le porte dell’immunità parlamentare.

Il processo a Budapest è bloccato. Il recupero di quei 90.000 euro reclamati dall’ALER per la casa popolare occupata si trasforma in un labirinto burocratico infinito. Tutto questo accade mentre migliaia di famiglie aventi diritto attendono invano l’assegnazione di un alloggio. Un’ingiustizia stridente a cui si somma un ulteriore paradosso che ho documentato fornendo i dati ufficiali fatti emergere da Confedilizia: in Italia, da Nord a Sud, una quantità enorme di immobili di edilizia popolare viene lasciata sfitta dalle amministrazioni locali, abbandonata all’incuria fino alla rovina, per poi gridare all’emergenza abitativa e quindi, giustificare le occupazioni e l’attacco contro la proprietà privata tanto caro alla signora Ilaria Salis.

Siamo di fronte a una giustizia con due corsie parallele.

Dalle catene di Budapest al tappeto rosso di Strasburgo

La narrazione di certi media ha compiuto un prodigio strategico: siamo passati dalle immagini delle manette in Ungheria al tappeto rosso di Strasburgo steso ai piedi della eurodeputata AVS. Un’operazione che ha trasformato un caso giudiziario in un’eroizzazione, saltando a piè pari il principio della responsabilità individuale.

Sia chiaro: per le quattro sentenze passate in giudicato (consultabili da chiunque sul suo casellario giudiziale anche effettuando una ricerca sul web) Ilaria Salis in Italia non finì in carcere solo perché il nostro ordinamento non prevede la reclusione per pene inferiori a determinati limiti temporali e in assenza di spiccata recidiva. Ma la sostanza non cambia: Ilaria Salis ha dribblato il giudizio in Ungheria. Non sappiamo, quindi, se il tribunale l’avrebbe assolta o condannata, perché la politica ha deciso di «trarla in salvo» catapultandola a Bruxelles e Strasburgo.

Persino sulle sue recenti vicende giudiziarie personali – come la condanna in primo grado a 300.000 euro per il licenziamento dei suoi collaboratori parlamentari, impugnata sostenendo di non aver ricevuto le notifiche dal tribunale – assistiamo a un continuo alibi procedurale. Fa riflettere che chi si erge a paladino dei diritti, finisca poi al centro di simili contenziosi.

Una domanda aperta a tutti voi

Il vero tema di questa analisi non è l’aspetto economico o la figura del singolo personaggio. Il punto è istituzionale ed etico: è ammissibile che un rappresentante delle istituzioni europee rivendichi la violazione delle leggi dello Stato che dice di voler servire? È normale che un cittadino con le spalle coperte da una strategia politica o da un determinato paracadute possa scavalcare l’iter giudiziario a cui ciascun “comune mortale” deve sottoporsi?

Affrontare un processo, difendersi nel merito ed eventualmente ricorrere alla Corte Europea dei Diritti Umani è la strada democratica che spetta a tutti. Scavallarla per via elettorale significa stracciare il principio secondo il quale la legge è uguale per tutti.

Voi cosa ne pensate? Scrivetelo nei commenti qui sotto: confrontiamoci liberamente, perché difendere la trasparenza e il diritto di sapere significa innanzitutto non girare lo sguardo dall’altra parte.

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